L’arte di fare la biancheria: come semplificarsi la vita ottimizzando tempo e risorse

biancheriaCari lettori, quello di oggi è un articolo che diverge un po’ dai soliti temi. Oggi metterò nero su bianco alcune scoperte che ho fatto nel corso di questi ultimi anni, e che mi hanno aiutato per certi aspetti a migliorare la mia vita.

Come suggerisce la foto qui a lato, è di biancheria che stiamo parlando, però attenzione…

Utilizzerò il “fare la biancheria” come esempio di caso generico, ma i principi contenuti nell’articolo saranno applicabili in qualsiasi altro aspetto delle vostre vite.

Prima di cominciare è necessario spiegare una semplice (ma fondamentale) cosa: Vilfredo Pareto fu un ingegnere, economista e studioso italiano che visse a cavallo tra ‘800  e ‘900. Alcuni studenti di economia potrebbero averlo sentito menzionare per la sua teoria sulla distribuzione dei redditi e la pareto-efficienza, ma non voglio stare qua a dilungarmi arzigogolate enucleazioni microeconomiche.

Cosa c’entra uno scienziato del XIX secolo con questo articolo? Bè, detta in soldoni, la teoria di Pareto (nota anche come legge 80/20) afferma che l’80% dei risultati è generato da circa il 20% degli sforzi. Cosa significa tutto ciò? Ciò significa che del vostro guardaroba utilizzate più o meno costantemente il 20% degli abiti in maniera regolare, ciò significa che al lavoro sprecate circa l’80% del tempo a fare cose non veramente necessarie e il 20% in cose produttive, ciò significa che quando studiate sprecate buona parte del tempo(80%), e quello realmente dedicato all’apprendimento effettivo è molto inferiore(20%). Ciò significa che il 20% della popolazione mondiale detiene l’80% del reddito e così via…

Non è tanto una questione di percentuali esatte (potrebbe anche essere 90-10, 98-2, 85-15 etc); ciò che interessa è il concetto che in qualsiasi processo umano, naturale, sociale ed economico è possibile individuare una piccola parte di sforzo che genera la maggior pare di risultato e viceversa.

Ho voluto mettere alla prova questa “regola” in alcuni aspetti della mia vita ed ecco cos’è emerso:

In passato, facevo mediamente la biancheria una volta a settimana a prescindere da quanti capi di abbigliamento usati, poi la stendevo e (data l’umidità di Londra) aspettavo un paio di giorni affinché si asciugasse. Niente di male in tutto ciò, ma dati gli spazi ridotti, avere uno stendino in camera due/tre giorni a settimana (ogni settimana) non è propriamente la soluzione migliore. Tra una cosa e l’altra tutto questo processo richiedeva qualcosa come almeno tre giorni, il che rendeva la biancheria una delle mie principali “preoccupazioni” della quotidianità.

Ho iniziato ad interrogarmi; è veramente necessario dedicare tutto questo sforzo ad una cosa poco produttiva come la biancheria? è possibile applicare la legge di Pareto (che conobbi per la prima volta nel 2010 all’esame di microeconomia) in cose non economiche di questo genere?

Queste domande mi portarono a risultati sorprendenti. Notai che spesso (se non sempre) lavavo capi intimi, uniformi, giacche e cravatte da lavoro (80%) più ovviamente qualche maglietta o paio di pantaloni (20%).

Notai inoltre che facevo lavatrici mezze vuote e giunsi alla conclusione che se avessi potuto accumulare un po’ più cose da lavare, avrei risparmiato elettricità e allo stesso tempo avrei dovuto fare meno lavatrici avendo di conseguenza una camera più spaziosa e meno rotture di scatole.

Decisi quindi di fare un investimento: comprai ulteriore biancheria intima e altri capi da poter utilizzare a lavoro. Questa cosa di per sé migliorò un po’ la situazione in quanto dimezzai il numero di lavatrici che dovevo fare (circa una ogni due settimane, e con il cestello pienissimo).

Il rovescio della medaglia però era il trovarsi con una enorme quantità di vestiti appesi in camera che richiedeva forse ancora più tempo per asciugare, a discapito dello spazio per me. Il problema da risolvere diventò quindi: ridurre il tempo di esposizione della biancheria (80%) al fine di asciugarla più rapidamente (20%).

La soluzione mi si palesò dinnanzi in un tardo pomeriggio di marzo parlando con il mio coinquilino portoghese. Egli in pratica mi disse che spesso si recava a poche decine di metri da casa nostra per portare ad asciugare la sua biancheria in una delle tante “laundrette” (o lavanderie) sparse in giro per tutta la città. Decisi di fare una prova.

I risultati furono incoraggianti; con una sterlina e 15 minuti di attesa mi ritrovai con la biancheria di due settimane perfettamente asciutta. Ero felicissimo: avevo risolto una volta per tutte (o per lo meno ridotto ai minimi termini) la seccatura della biancheria.

Ora, tra lavaggio ed “asciugaggio” mi servono massimo tre ore per due volte al mese (6 ore totali in un mese), mentre prima mi servivano tre giorni per quattro volte al mese (288 ore totali al mese). Spendo due sterline ogni mese, ma ho ridotto del 98% (288/6) il tempo necessario per fare la biancheria. Nel mio caso la legge è quindi 98-2 anziché 80-20!

Sareste disposti a pagare poco più di due euro per non preoccuparvi più della biancheria? Io sì, e lo faccio. Questo esperimento si è rivelato talmente interessante che sto cercando di estenderlo ad altri aspetti della mia vita (es. il 2% delle mie relazioni che genera il 98% della mia felicità, il cibo che nutre di più col minor costo etc etc).

Tutto ciò si è rivelato immensamente utile anche nell’apprendere più rapidamente l’inglese, trovare lavori meglio retribuiti e in generale migliorare tanti aspetti della mia vita.

Vi invito a condividere l’articolo se lo avete trovato interessante, e vi consiglio inoltre di passare di qua per ulteriori approfondimenti.

Talk to you soon, bye!

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Le 10 cose da sapere per apprendere l’inglese

bandiera PDFLa quantità di persone che si rivolge a questo blog ed alla pagina ufficiale per chiedere
informazioni su come oltrepassare l’ostacolo della lingua (ed apprendere l’inglese) è innumerevole. Quasi una mail al giorno.

Quello di oggi vuole essere un articolo che metta alcuni paletti, dia dei consigli ed indirizzi il lettore sulla strada giusta per cimentarsi con successo nell’apprendimento (o miglioramento) dell’inglese parlato, scritto ed ascoltato. Veniamo quindi al succo della faccenda:

Numero 1) L’inglese è una lingua accessibile agevolmente a chiunque;  allo stesso tempo molte persone continuano a soffrire di una cronica incapacità di apprendimento. Mi sono chiesto il perché, e sono giunto alla conclusione che sia più che altro una questione di assenza di metodo (e motivazione).

Numero 2) Non ci si può svegliare una mattina e dire ” bene, oggi so l’inglese”. Sapere una lingua (anche l’italiano) è un processo di continuo apprendimento, ma nel “senso comune” del termine (es: parlare al telefono, scrivere, leggere, condurre una normale esistenza in un’altra lingua) in sei mesi è obiettivo largamente raggiungibile. Se il livello di partenza è realmente zero, e lo studente è particolarmente zuccone in ogni caso mi sento comunque di asserire che l’obiettivo rimane raggiungibile entro l’anno.

Numero 3) Due ragazzi di provincia (io e quello che ha risposto a questa intervista) partiti da casa come madrelingua italiani senza particolari doti o capacità intellettive, sono riusciti a crearsi una vita in un paese anglofono senza grossissime difficoltà. Con il semplice fatto di aver appreso la lingua inoltre, la somma delle paghe di entrambi di un mese ora equivale a ciò che guadagnano cinque operai non specializzati in Italia.

Numero 4) Quanti amici ho visto sprecare tempo e soldi acquistando guide preconfezionate su come imparare l’inglese; sono tutte uguali e assomigliano a una ricetta di una torta: 1 kg di noiosa grammatica, 3 etti di conversazioni inutili (tipicamente, mister Smith che chiede informazioni all’aeroporto), 200 grammi di traduzioni imprecise, etc… Penso che persino un madrelingua inglese si convincerebbe che “l’inglese è difficile”, “si può imparare una nuova lingua solo da bambini” e altri pensieri simili.

Numero 5) Sembrerà una bugia ma è possibile divertirsi apprendendo una lingua. Tutti pensano che sia qualcosa di simile a quanto descritto al punto precedente, in realtà non credo sia così. Si può imparare guardando la tv, ascoltando la radio, uscendo con gli amici e facendo una serie di altre cose. Più che altro, mi sono reso conto che solitamente (noi italiani in particolare) tendiamo a commettere sempre gli stessi errori; evitandoli è possible diminuire drasticamente i tempi di apprendimento.

Numero 6) Esempio di errore (vedi numero 5). Spesso, chi desidera avvicinarsi all’inglese, si guarda i film americani in lingua originale con i sottotitoli; non c’è niente di male in questo, però provate ad osservare “la frequenza dei dialoghi” all’interno del film… Tra una sparatoria, un tramonto, una scena di sesso, forse sarete fortunati se riuscirete a catturare un dialogo ogni 5 minuti. Provate invece ad ascoltare la radio BBC online: sarete bombardati di parole, frasi, dialoghi. Potrebbe sembrare solamente uno stratagemma per ottimizzare il tempo investito nell’imparare la lingua (che, intendiamoci, non è poco!), ma invece fa la differenza; perché? In un film pur non capendo i dialoghi o parte di essi, si riesce a ricostruire più o meno la trama avvalendosi delle immagini, invece, ascoltando la radio, occorre fare uno sforzo di comprensione di una qualità completamente diversa per riuscire a catturare il “filo del discorso”.

Numero 7) Parlando con altra gente da più o meno tutto il mondo ho notato che esiste un momento, un “punto di rottura” dove si passa da “merda, non capisco niente” a “caspita, sono riuscito a dire una cosa fighissima”. Vivere in un paese anglofono ovviamente aiuta in tal senso, ma l’idea espressa in questo punto è che anche se non capite niente e vi sentite frustrati non dovete mollare, perché se avrete la costanza di insistere un po’, anche voi raggiungerete il vostro “punto di rottura”.

Numero 8) Il contenuto di questo articolo è valido sia per chi apprende da autodidatta in casa, che per chi sia emigrato in un paese anglofono. I principi ed il funzionamento della mente sono pressapoco gli stessi per tutti quanti. Suggerimento per chi non sa veramente nulla d’inglese, è cominciare imparando le cento parole d’uso più comune nella lingua. Potete trovarle cliccando qui.

Numero 9) La lettura, il parlato e lo scritto sono correlati tra di loro. Il miglioramento di una di queste abilità si ripercuote sul generale incremento delle altre. Un grosso vantaggio di vivere nel terzo millennio consiste nell’inestimabile potenza di internet: incontrare persone online disposte a conversare con voi in inglese non è difficile. Libri in inglese sono disponibili, è tutto a portata di mano.

Numero 10) L’ho tenuto come ultimo punto ma credo sia il più importante. Avrei pagato oro all’epoca per trovare qualcuno che mi dicesse quali errori evitare di commettere e come esercitarmi per imparare l’inglese più rapidamente; purtroppo non incontrai nessuno con queste conoscenze. Ora invece le cose sono cambiate. Esiste un manuale scaricabile online che tratta tutti i punti toccati in questo articolo, e ovviamente come tutte le cose di qualità ha un piccolo prezzo da pagare. Per un sabato sera, anziché pizza e cinema magari potete fare una pasta e guardare un filmetto a casa con gli amici, utilizzando quindi quei soldi risparmiati per fare un investimento sulla vostra persona, un qualcosa che diventerà bagaglio culturale e che non vi toglierà MAI più nessuno. Il manuale spiega ogni singolo aspetto dell’apprendimento di una lingua in dettaglio fornendo dritte, spunti, metodi efficienti per esercitarsi apprendendo più rapidamente e altre valide informazioni. Lo potete trovare a questo link.

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Le 100 parole inglesi più comuni

ujjjjArticolo molto semplice, ma allo stesso tempo estremamente utile (posso assicurarvelo per esperienza personale)
! godetevelo:

1) the = il, la, lo, i, gli, le
2) be = essere
3) to = a
4) of = di
5) and = e, ed
6) a = un, uno, una
7) in = in
8 ) that = che
9) have = avere
10) I = io
11) it = esso
12) for = per
13) not = non
14) on = su
15) with = con
16) he = egli
17) as = come
18) you = tu, te
19) do = fare
20) at = a
21) this = questo
22) but = ma
23) his = suo (di lui)
24) by = per, entro
25) from = da
26) they = essi
27) we = noi
28) say = dire
29) her = suo (di lei)
30) she = essa
31) or = o
32) an = un, uno, una
33) will = volontà o (forma per formare il verbo futuro)
34) my = mio, mia
35) one = uno, una
36) all = tutto, tutta, tutti, tutte
37) would = vorrei, forma verbale usata per porre questioni, richieste o espressioni di desiderio
38) there = la
39) their = loro
40) what = che, che cosa
41) so = cosi’
42) up = su
43) out = fuori
44) if = se
45) about = riguardo, circa
46) who = chi
47) get = ottenere, prendere
48) which = che
49) go = andare
50) me = me

51) when = quando
52) make = fare
53) can = potere
54) like = piacere, come
55) time = tempo
56) no = no
57) just = solo, proprio
58) him = esso, lui
59) know = sapere
60) take = prendere
61) person = persona
62) into = nel, nello, nella
63) year = anno
64) your = tuo, tua, tue, tuoi
65) good = buono, buona
66) some = alcune
67) could = potrei, potevo
68) them = loro
69) see = vedere
70) other = altro, altra, altri, altre
71) than = di (comparativo)
72) then = allora, poi
73) now = ora, adesso
74) look = guardare, aspetto
75) only = solo, proprio
76) come = venire
77) its = i loro
78) over = oltre
79) think = pensare
80) also = anche
81) back = indietro
82) after = dopo
83) use = usare
84) two = due
85) how = come
86) our = nostro, nostra, nostri, nostre
87) work = lavoro, lavorare
88) first = primo
89) well = bene
90) way = via, modo
91) even = persino, pari
92) new = nuovo, nuova, nuovi, nuove
93) want = volere
94) because = perchè
95) any = alcuni, qualsiasi
96) these = questi, queste
97) give = dare
98) day = giorno
99) most = il massimo, il più
100) us = (a) noi

Con questo bagaglio elementare è possibile formulare frasi e pensieri di senso compiuto in maniera basilare ma tale da poter comunicare ciò che vi serve.

Se non l’avete ancora fatto, passate per di qua, vi tornerà senz’altro utile!!

Talk to you soon, bye!

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Lavoro: banca Société Générale

lavoro bancaIn un mondo dove si parla di crisi, sistemi politici fallimentari e perdita di ogni speranza, ho voluto scrivere un articolo che si pone antiteticamente al di fuori di questi luoghi comuni.

Quella di oggi è la storia di un ragazzo veneto, una storia che vuole essere un forte segnale contro tendente di “posso farcela”.

Il suo nome è Claudio. Claudio ed io giocavamo a pallone insieme da piccoli, poi non ci siamo più praticamente visti per dieci anni, ed ora le nostre vite si sono incrociate nuovamente nella terra della Regina.

Fai Click Qui per imparare come trovare il tuo primo impiego nella finanza dopo l’università ( in inglese)

Ho deciso di prendere la sua interessante storia come “case study” per dimostrare a tutti i lettori che con impegno e determinazione i risultati sono tangibilmente raggiungibili. Quella che segue è l’intervista che gli ho fatto, godetevela!!

-Racconta brevemente ai lettori chi sei, da dove vieni, dove vivi e cosa fai nella vita.

Mi chiamo Claudio, ho 24 anni e sono cresciuto in un piccolo paese del bellunese. Per guadagnarmi da vivere faccio l’investment banker a Londra; per capirci, come Leonardo Di Caprio nel film “The Wolf of Wall Street”. Ovviamente il film citato rappresenta una versione ESTREMAMENTE stereotipizzata e lontana dalla realtà del mestiere, tuttavia, risulta utile per comprendere di cosa stiamo parlando senza dilungarsi in tecnicismi inutili.

-Come sei finito a Londra?

Dopo la laurea triennale in Italia, ho proseguito gli studi in una business school inglese, conseguendo l’equivalente della laurea magistrale italiana. Diciamo che questo è stato il biglietto che mi ha consentito l’ingresso nella capitale inglese.

-Dicci qual è la cosa che più ti piace di questa città.

Sono indeciso tra la pioggia e il ketchup sulla pasta. No, seriamente, quello che amo di questa città è la possibilità di essere ciò che vorresti: in una parola “opportunità”. Ovviamente, ciò può valere anche per altre grandi città, però penso che tra le europee, Londra sia la migliore in questo senso.

-Come hai trovato il tuo attuale impiego?

Diciamo che nel mondo della finanza non esiste il classico metodo della consegna del curriculum cartaceo al potenziale datore di lavoro. Funziona tutto online attraverso un processo di selezione altamente standardizzato:

  1. Il primo step prevede l’inserimento del proprio curriculum tramite sito internet della società per la quale si intende fare domanda, unitamente ad una breve lettera motivazionale;
  2. In caso si riesca a passare la prima fase di scrematura, si viene invitati a completare dei test di logica online;
  3. Successivamente, si accede alla fase del colloquio telefonico, nel quale si riceveranno domande del tipo “perché vuoi lavorare con noi?”, oppure “quali sono i tuoi maggiori punti deboli?”. Diciamo che non è un colloquio tecnico solitamente, ma più simile alle dinamiche dei provini del grande fratello… Sì proprio quelli nei quali si vedono enormi strafalcioni puntualmente canzonati dalla Gialappa’s!
  4. Finalmente, l’ultimo step prevede il cosìddetto assessment centre, ovvero una sorta di colloquio di gruppo con altre 10-20 persone, non necessariamente chiamate a competere per gli stessi posti. Di solito dura una giornata, nella quale si fanno test di vario tipo, presentazioni, colloqui. Arrivati a questo punto, o “si è fuori” o si riceve un’offerta.

Lavoro finanza londra

-Quanto reputi importante nel settore della finanza avere un titolo di studio adeguato?

È condizione necessaria, ma non sufficiente. Il titolo di studio non garantisce un impiego, però è garantito che senza il titolo di studio l’impiego non si trova (in questo settore s’intende). È bene specificare che cosa significa “adeguato”. Adeguato significa da un’università percepita come prestigiosa. Se parliamo di finanza a Londra, ciò si traduce, almeno per le università italiane, in Bocconi e LUISS. Giusto? Sbagliato? Non lo so, ma è così. Esistono le eccezioni? Sì, ma appunto si chiamano eccezioni. Una precisazione alla quale tengo: per lavorare nella finanza a Londra, non è necessario avere conseguito un titolo di studio in materie finanziarie, quello che conta, ancora, è il nome dell’università.

-Quanto è importante per te sapere l’inglese per trovare impiego in un paese anglofono?

Come per la domanda precedente, penso sia una condizione necessaria anche se non sufficiente. Voglio precisare che con “sapere l’inglese” non intendo una conoscenza perfetta, ma bensì un livello discreto che consenta di svolgere il proprio lavoro e avere le normali interazioni sociali in maniera dignitosa. Tale livello è raggiungibile da chiunque.

-Saresti capace allo stato attuale di aiutare qualcuno nel migliorare le proprie “english skills”?

Assolutamente, la padronanza di un linguaggio straniero è un’abilità tranquillamente accessibile a tutti, purtroppo spesso è il metodo sbagliato che impedisce di imparare la nuova lingua e demoralizza chi ci prova. Penso che il metodo sia tutto.

NOTA di Nico: sarà interessante approfondire questa tematica in qualche articolo futuro, probabilmente forniremo delle dritte ai nostri cari lettori in tal senso!

-Cosa pensi delle centinaia di nostri connazionali che arrivano nella terra della Regina completamente “allo sbaraglio” senza avere soldi, alcuna qualifica né sapere la lingua?

Spero che si imbattano nel tuo blog prima di partire, in modo da potersi organizzare in maniera efficiente; il metodo che proponi per trovare casa è infallibile: il giorno stesso che ho postato l’annuncio su Gumtree ho trovato. Ti ringrazio ancora per questo (NOTA di Nico: prego!!). Posso assicurare che pur essendo sbarcato nel regno unito già con un’offerta di lavoro “in tasca”, non è facile sistemarsi all’inizio.

-Quali sono i tuoi obiettivi per la tua permanenza in Regno Unito?

Mi spiazzi con questa domanda, nel senso che, da poco ho raggiunto l’obiettivo di trovare il lavoro che ho qui a Londra. Ancora non ho degli obiettivi ben definiti, però sicuramente mi interessa crescere professionalmente e stabilire delle amicizie a lungo termine. In aggiunta, avrei delle ambizioni imprenditoriali…

-Che tipo di differenze culturali hai incontrato emigrando in un nuovo Paese?

Magari mi sbaglio e sono superficiale, però penso che le maggiori differenze tra diverse culture si manifesti in cucina. Per una persona non abituata a questo aspetto, all’inizio l’impatto con una città come Londra può essere un po’ traumatico, ma, una volta svanito lo smarrimento iniziale, questo lascia spazio alla curiosità, che consente di sperimentare le diverse cucine del mondo restando però nella stessa città.

-Cosa ti manca di più dell’Italia?

Le persone ovviamente. Tuttavia, i potenti mezzi tecnologici a nostra disposizione ci consentono di accorciare le distanze, anche se solo virtualmente. Dobbiamo essere consapevoli di questa grande fortuna, rispetto, per esempio, ai nostri nonni e genitori che emigravano.

-Che consiglio ti sentiresti infine di dare a chi vuole fare un’esperienza lavorativa all’estero?

Fatela! Se pensate “qual è la cosa peggiore che può succedermi?” vi accorgerete che i dubbi che ci frenano nelle esperienze che vorremmo fare, spesso sono infondati. Comunque andrà, sarà un successo.

Lavoro finanza londra

L’intervista si conclude qui; ci sarebbe piaciuto sviluppare ulteriormente altri temi ma per motivi di lunghezza dell’articolo ci siamo dovuti fermare. Se siete interessati all’argomento e volete chiedere personalmente informazioni sul tema potete farlo principalmente qui oppure anche qui.

Condividete l’articolo se l’avete trovato utile, o consigliatelo ai vostri amici studenti di economia!

Talk to you soon, bye! 🙂

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Un avviso importante: Come lavorare nella finanza a Londra

come trovare lavoro nella finanza a LondraL’articolo di oggi è riferito ad una storia di successo; un ragazzo italiano di 24 anni che anziché andare a Londra per lavare piatti, è effettivamente riuscito a farsi strada nell’intricato e competitivo mondo della finanza.

Lo abbiamo intervistato ed abbiamo cercato di strappargli alcuni segreti e suggerimenti per poter aiutare qualcun altro ad ottenere risultati simili; l’intervista integrale è uscita domenica 30 marzo 2014.

Per ora possiamo anticipare che abbiamo toccato tutti i possibili punti, a partire dal suo percorso di studi, la barriera della lingua inglese, l’effettiva ricerca dell’impiego in un settore così esclusivo in un contesto di concorrenza spietata.

Che siate interessati alla finanza o meno non ha molta importanza, ogni storia di successo può insegnare qualcosa e trasmettere un messaggio positivo a chi l’ascolta.

Restate quindi sintonizzati perché sarà una cosa decisamente differente ed interessante, non dimenticatevi quindi di rimanere aggiornati sull’uscita degli articoli facendo click qui.

Talk to you soon, bye! 🙂

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Addio Camden… (o forse no?)

 

Camden

Questa settimana l’articolo sarà un pochino differente. Un tocco nostalgico ma anche positivo segnerà le prossime righe, in quanto questa sarà l’ultima notte a Camden. Ma cos’è la nostalgia in fondo, se non la “felicità di essere tristi”?

Dopo il primo mese ad Ilford e due mesi nei pressi di Caledonian Road, Camden è il luogo in cui ho vissuto per più tempo; dieci mesi per l’esattezza… A distanza di più di un anno torno nuovamente nell’Eastbound.

Camden si è impossessata di un pezzettino del mio cuore; Sayed, il cassiere del Tesco aperto 24 ore di fronte a casa mia che mi saluta sempre dicendo “Helo my friend”, Gavin il vicino di casa che ha rapporti sessuali con la sua fidanzata ad orari improponibili nel cuore della notte, il tipo anziano alcolizzato del piano di sotto che non saluta mai, il signore che ha un magazzino esattamente di fianco all’appartamento ed ogni sacrosanta mattina fa una battutina sulle condizioni metereologiche, il kebabbaro unto del “king of falafel” al quale ho lasciato i milioni durante le mie serate alcoliche, il meraviglioso e variopinto mercato di Camden Town, dove la principale lingua parlata è l’italiano e ogni volta continuo a scoprire qualcosa di diverso, la tipa spagnola del Costa caffé che si dimentica di aggiungere i punti alla tessera fedeltà, l’estate passata ad abbrustolirmi al sole nella parte nord di Regent Park, il mio primo coinquilino giamaicano.

Camden ha visto una faccia di Nico sconosciuta ai più, Camden ha visto le sue ansie, i suoi piccoli successi ed i suoi principali cambiamenti.  Camden non sarà poi così lontana da Hackney, ma non viverci più mi dà un senso di profonda tristezza.

Decine di ricordi sono incastonati nelle stradine, locali e vie di Camden. Se avrò la (s)fortuna di diventare vecchio, racconterò di questo meraviglioso posto ai miei nipoti.

Chi lo sa, magari in futuro ci ritornerò, ma da domani per un bel po’, solamente come turista.

Chiudo questo breve articolo con un velato senso di malinconia, ma vi invito caldamente a fare un salto di qua.

Di recente è partita anche una collaborazione con la fumettista Andrea Barattin, potete vedere i due articoli interessati cliccando qui oppure qui. Il suo blog ed i suoi fumetti sono invece qui
!!

Talk to you soon, bye! 🙂

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L’esperimento Antropologico

peopleIn data 10 settembre 2013 ho condotto a tutti gli effetti un esperimento antropologico; avevo un giorno libero che ho deciso di sfruttare nel seguente modo: dal primo momento in cui sono uscito di casa fino a quando sono tornato, ho sorriso a qualsiasi essere umano mi si presentasse d’innanzi senza distinzioni di sesso, razza o religione. Dalle osservazioni empiriche riscontrai le seguenti cose:

I bianchi sono i più “indaffarati”… Ascoltano principalmente musica dal loro i-phone e non ti cagano molto. Risultati un pochino migliori con le ragazze under 30 e gli anziani.

Gli asiatici (tipo cinesi) si sono dimostrati abbastanza neutrali, uno su due rispondeva al sorriso.

Gli asiatici (tipo India, Bangladesh) sono abbastanza allegri e sorridenti; anche in questo caso le donne sorridevano di più.

I neri mi hanno sorpreso; penso che il 90% abbia ricambiato il sorriso a prescindere dal sesso o età, e uno ha perfino iniziato a parlarmi di opere d’arte.

Le conclusioni che ho tratto dall’esperimento:
– Il gruppo etnico apparentemente più felice sono i neri.
– Apparentemente le donne sorridono di più degli uomini.
– Sorridere tutto il giorno mi ha ricordato quanto è bello vivere, concetto che stavo un po’ dimenticando ultimamente.

Non dimenticare di passare di qua, perché è il luogo in cui le novità ed anteprime vengono pubblicate in anticipo,

Talk to you soon, bye!!

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