Il nuovo ambiente


Alcuni giorni dopo il mio arrivo, ho trovato quella che per un mese è stata la mia prima casa.

Ilford, a 22 kilometri da Oxford Street (il centro di Londra), è una grossa area suburbana della periferia est della Capitale. Il più basso costo della vita, unitamente al minor numero di linee di trasporti pubblici disponibili, rendono Ilford uno dei quartieri più etnicamente colorati che io abbia mai visto.

Ebbene sì, lo dico. Nonostante il processo d’integrazione degli stranieri in Regno Unito sia palesemente tra i più avanzati al mondo, i quartieri ricchi sono tuttora abitati principalmente da bianchi (es Chelsea, South Kensington), mentre le zone più povere tendono ad essere più asiatiche, caraibiche, afro, est europee etc.

Non dimenticherò mai la mia prima casa: numero 33, Cavenham Gardens.

Arrivo in una soleggiata mattina (il primo febbraio se non ricordo male) con i miei bagagli ancora da disfare dall’Italia, e dopo aver ripetutamente bussato alla porta, un anziano signore viene ad aprire.

Scopro che si chiama John e che proviene dalla California. Un omaccione alto probabilmente due metri, capelli bianchi, occhiali da vista e un discutibile gusto per il modo di vestire. Nonostante io ci abbia vissuto assieme per un mese, non sono mai riuscito a capire perché egli abbia lasciato il suo Paese e come facesse economicamente a sopravvivere. Ricordo che si recava spesso in banca e mi mostrava dei biglietti da visita su presunte attività alquanto discutibili online, ma non ho mai voluto approfondire la questione. Abituato a mangiare sempre molto male, una volta gli ho fatto una pasta all’arrabbiata e a fine pasto era così contento che mi ha voluto dare tre sterline e una sigaretta.

Tutto sommato John mi ha sempre trattato bene; era il perfetto stereotipo dell’americano ottimista cresciuto nell’epoca del benessere post seconda guerra mondiale. John abitava in una dignitosa camera singola al piano di sopra.

Il secondo personaggio di rilievo della casa era Raja. Di origini pakistane, Raja dormiva nel divano del salotto e pregava cinque volte al giorno. Età compresa tra i 35 e i 40 anni, musulmano praticante, persona molto preparata e colta, mi ha reso partecipe di alcuni aspetti della sua vita e mi ha insegnato molte cose sulla mediazione interculturale ed il dialogo tra popoli. Lo descriverei come un uomo magro dalla carnagione olivastra, con capelli e barba neri ed un fortissimo senso dei propri valori.  Ripensandoci, ancora oggi credo che le discussioni più interessanti (della mia vita probabilmente) le abbia fatte a suo tempo con lui.

Nutrivo sinceramente un tale rispetto per Raja, che se volevo bermi una birretta la nascondevo in tasca e andavo a berla in camera quando lui era nei paraggi.

C’erano infine due fratelli che vivevano in una doppia al piano di sopra. Non li ho praticamente mai visti; anche loro di carnagione bruna, ma a differenza di Raja, se chiudevi gli occhi e li ascoltavi parlare sembravano quasi David Beckham. Avevano un marcato accento cockney; ho scritto un articolo in inglese relativo a questo modo di parlare, se vi interessa saperne di più fate click qui.

Queste in sintesi sono le primissime persone con cui ho avuto a che fare, ma ora veniamo alla mia stanza…

Quattro metri per quattro, assenza di letto, assenza di serratura sulla porta e assenza di qualsivoglia tipologia di arredamento; sostanzialmente una stanza vuota con un comodino ed una specie di poltroncina. La prima notte ho dormito sulla suddetta poltrona.

Che meraviglioso inizio, no?

Ad ogni modo il giorno seguente è arrivato tramite corriere espresso una specie di divano letto che mi sono montato da solo e che più o meno svolgeva discretamente la propria funzione di giaciglio.

Nonostante tutto ero bello motivato, un po’ perplesso, ma per quanto arrancante era pur sempre un inizio; il mio inizio. Il primo vero assaggio di autonomia e libertà… Se non ti sei ancora registrato al blog, fai click qui.

 

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2 Responses to Il nuovo ambiente

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